Risalendo lo Yellowstone River

La mattina ci svegliamo molto presto, probabilmente per il jet lag ancora non del tutto smaltito, e decidiamo di dirigerci verso la Hayden Valley, risalendo prima la riva dello Yellowstone Lake e poi lo Yellowstone River. Il giorno prima, la ranger non ci ha raccomandato altro posto se non quello, assicurandoci lo spettacolo di una delle zone di osservazione della fauna selvatica più straordinarie al mondo, per la presenza di quasi tutti i principali mammiferi del parco, proprio lì, in quell’ampia vallata, al pascolo nelle prime ore del giorno.

L’azzurro del cielo, frastagliato di nuvole dense, si rispecchia sull’acqua immobile del lago, interrotto solo da un filare di alberi sull’orizzonte. È una vista incantevole, ci fa quasi abdicare ai buoni propositi mattutini, ci fa venir voglia di rimanere qui, fermi e attoniti. Poco oltre già dalla strada, dove una densa nebbiolina si attarda nella sua risalita, avvertiamo il pungente odore di uova marce dell’area del Mud Volcano. Qui, il gas che fuoriesce dalla terra interagendo con i microorganismi crea un’acido solforico con un pH bassissimo, in grado di scomporre la roccia e ridurla in fango argilloso e umido. Sembra di essere al cospetto di una collezione di pentole da stufato di uno stregone: c’è la miscela scura e trasudante del calderone del Black Dragon, il sibilo sinistro del Sizzling Basin, e il ribollire costante dell’acqua nella bocca del Drago. Il forte rimbombo proveniente dalle profonde caverne risuona atavico e viscerale. Appena più avanti sulla destra, c’è anche la Sulphur Caldron, una tra le più acide sorgenti dell’intero parco: il pH dell’acqua di questa caldera potrebbe essere mortale per gli uomini, poiché è quasi a livello di quello di una batteria, una di quelle usate per far funzionare qualsiasi oggetto non collegato direttamente a una presa di corrente.

Ritorniamo in strada, e prima ancora che questa si apra sulla Hayden Valley vediamo molte persone scendere dalle loro auto imbracciando vistosi teleobiettivi. Facciamo altrettanto, afferrando il nostro pesante 70-300 e, risalita una dolce collina, davanti ai nostri occhi compare un’incredibile e vasta mandria di bisonti. Prima di avvicinarci un po’ di più ci godiamo la scena dall’alto: sembra veramente di essere in un film western con il giallo dell’erba e il nero della pelliccia dei bisonti. Questa prateria era parte dello Yellowstone Lake e i sedimenti di argilla, limo e sabbia del lago creano uno scarso drenaggio dell’acqua lasciando l’intera area umida e paludosa, adatta al pascolo di erbivori e alla caccia dei loro predatori, alla ricerca di cibo da parte di oche selvatiche e cigni e una buona opportunità per aquile dalla testa bianca e falchi.
Ma è il bisonte il protagonista assoluto oggi. La sua folta pelliccia, le sue pose, il suo verso così diverso da quello della specie a cui appartiene, il suo incedere letargico ma fiero. E pensare che un tempo vagava per gran parte del continente americano in vaste mandrie, dall’Alaska al Golfo del Messico, ora è ridotto a poche migliaia di esemplari e solo nei parchi e nelle riserve nazionali. Il più grande e il più pesante tra gli animali del Nord America, cacciato fino all’estinzione dai coloni tracotanti e dall’esercito americano, anche per sport e per divertimento, per costringere nelle riserve le tribù locali, private della loro principale fonte di sostentamento, nonché del loro totem culturale e spirituale. Impossibile non pensare a tutto ciò al cospetto di questi animali dallo sguardo così languido, eppure così dignitoso. Rimaniamo per un tempo infinito a osservare le scene di pascolo e il loro lento spostamento, i comportamenti differenti dei maschi e delle femmine della mandria.

Riprendiamo la strada risalendo poco alla volta il corso dello Yellowstone River che, da tranquillo corso d’acqua che disegna l’intera valle, nel giro di poche miglia, diventa un gigante fragoroso, in grado di scavare un “Grand Canyon“. Non sappiamo bene cosa aspettarci, scettici sul fatto che possa esserci in natura un altro canyon paragonabile a quello in cui scorre il Colorado in Arizona, ma attratti dall’assordante rumore dell’acqua ci fermiamo al primo punto di osservazione segnalato lungo la strada.

Quello che appare davanti ai nostri occhi, al Brink of Upper Falls, è l’ultimo salto del fiume tra pareti gialle di riolite, che si colorano appena di arancione e rosso sotto i raggi del sole, mentre lo zolfo liquefatto trasuda in superficie e scorre come melassa, e il vapore emesso dalle fumarole riempie l’aria risalendo oltre gli alberi che si abbarbicano sui pendii.
È uno spettacolo incredibile: il canyon che lo Yellowstone continua a scavare nella caldera nata da un’eruzione vulcanica di circa 640.000 anni fa, è lungo oltre 75 chilometri e può arrivare fino a 45 chilometri di ampiezza.

Prima di passare al successivo punto di osservazione aspettiamo in auto che un temporale improvviso passi rifocillandoci con cibo altrettanto improvvisato, al limite del junk food, come nella migliore tradizione statunitense. Raggiungiamo poi, sul South Rim, l’Artist Point da cui ammiriamo le Lower Falls il cui salto è di oltre 90 metri.
Torniamo indietro e oltrepassato il fiume percorriamo il North Rim, per raggiungere anche un ultimo punto di osservazione l’Inspiration Point, da cui è possibile vedere il corso dello Yellowstone sia a monte che a valle. Sulla strada di ritorno ci fermiamo a fotografare il Glacial Boulder, un enorme masso trascinato dai ghiacciai in scioglimento. Osservandolo si ha quasi l’impressione che gli alti e gracili alberi circostanti ne abbiano appena arrestato la corsa, e come ogni cosa in questa parte di mondo in cui tutto è in movimento, ha in sé un carattere marcato di provvisorietà. Mancano ancora diverse ore al tramonto, pensiamo quindi di andare verso le Mammoth Hot Springs nella zona nord del Parco, quasi al confine con il Montana. È una delle attrazioni principali dello Yellowstone: le sorgenti termali terrazzate, su cui si alzano nuvole di vapore e sulle cui pareti bianche di travertino scorrono le acque calde che trasportano i microrganismi primitivi visibili per il loro colore arancione a tratti marrone. Se non fosse per il gran numero di visitatori che a quest’ora transita sulle passerelle di questo sito, sarebbe uno di quei posti incredibili, quasi lunari, che esistono solo nei film e nei libri di fantascienza. Grigi nuvoloni minacciano pioggia e mentre ci affrettiamo a tornare al parcheggio una grandinata improvvisa spezza le voci compiaciute delle persone attorno a noi tramutandole in grida di avvisi e di allarme. Qualcuno pensa bene di correre sulle passerelle rese scivolose dall’acqua e, complici le immancabili crocs ai piedi, arriva in fondo al percorso tracciato tanto velocemente quanto rovinosa è la caduta. Ci sorprende sempre l’ingenuità di queste persone a cui è necessario ribadire ogni 100 metri che non è il caso di avvicinarsi troppo alle acque sulfuree, poiché possono arrivare a sfiorare i 100°C, a cui si ripete continuamente di non buttare nulla nelle pozze in cui l’acqua ribolle, per evitare di alterare la vita dei microrganismi e intasare i condotti sotterranei, a cui si deve sempre ripetere di non uscire dalle passerelle, e giureremmo che c’era anche l’avviso a fare attenzione in caso di pioggia, per evitare di scivolare.
Nuovamente zuppi d’acqua decidiamo di andare in hotel per una doccia e per la cena, rimandando a domani mattina l’esplorazione delle terrazze.
Possiamo però goderci i dettagli preservati in questo posto: nella hall la grande cartina in legno degli Stati Uniti riprodotta con qualche imprecisione e il piccolo campanello del 1913 che troviamo in stanza, che è stato ricoperto da un plexiglass con tanto di eloquente spiegazione.

2 Comments

  • Huatac 17/03/2025 at 00:02

    Che meraviglia ragazzi! Complimenti per le foto, la scelta dei luoghi, delle luci e … of course il racconto sempre accattivante

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    • Paola 17/03/2025 at 07:58

      Grazie, cmq è tutto merito dello Yellowstone ❤️❤️❤️

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