La mente genera mostri

L’alba del nostro terzo giorno allo Yellowstone ci regala la vista di uno dei posti più belli e sorprendenti che abbiamo mai visto, il Mammoth Hot Springs. I fumi che emergono dalla terra si confondono alla nebbia mattutina e solo a sprazzi lasciano intravedere le terrazze bianche e ocra.

Siamo soli: si avverte fioco il costante ribollire dell’acqua, e i nostri passi suonano ovattati. Dimentichiamo completamente dove siamo: è forse il posto più estraniante in cui siamo mai stati, siamo relegati in uno spazio che non sembra reale, del tutto diverso da ciò che siamo abituati a percepire come tale. Potrebbero in qualsiasi momento saltar fuori da chissà dove esseri dotati di ali e molteplici teste o striscianti e con più code, non apparrebbero strani, solo parte della dimensione ultraterrena in cui ci troviamo.

D’altronde questo posto è costantemente modellato dall’acqua che fuoriesce dalla terra e dagli oggetti che incontra nel suo scorrere, è influenzato dalla pendenza del terreno; le sue caratteristiche continuano a mutare, e qui come in pochi altri posti nel mondo si può assistere alla creazione delle rocce proprio davanti ai propri occhi. E allora perché non anche di esseri viventi sconosciuti?

Sulla Opal Terrace il deposito di travertino cresce di circa 30 centimetri all’anno ininterrottamente dal 1926, e il Liberty Cap, alto 11 metri, è stato creato da una sorgente termale attiva per lungo tempo. Analogamente la Mound Terrace, riconosciuta come la più bella sorgente termale, è rimasta inattiva per alcune decadi, poi lo smottamento di alcune rocce più leggere ha permesso all’acqua di tornare a sgorgare e assieme a essa i microrganismi che striano il travertino.
L’intera area è costellata di solfatare e hot spring, alcune di colore blu o azzurro chiaro, quasi lattiginoso, alcune con i bordi di un verde brillante che con i riflessi del sole sembra quasi un verde neon.
Continuiamo a percorrere le passerelle, costeggiando le upper e le main terrace fino a quando il sole oramai quasi allo zenith non rimpicciolisce le nostre ombre, contrasta i colori rivelandone i contorni e accende le voci dei primi visitatori.

Rientriamo in hotel per fare colazione e recuperare i bagagli e ripartiamo alla volta del Norris Geyser Basin.

Tra i suoi geyser si annovera anche lo Steamboat, la cui eruzione di circa 90 metri è ad oggi quella che raggiunge l’altezza maggiore nel mondo. I suoi intervalli sono però molto irregolari e all’ingresso dell’area è riportata la data dell’ultima, risalente a poco più di un mese prima, e nessuna previsione futura; intuiamo quindi di non avere molte possibilità di vederne una nuova oggi.

Ci godiamo la passeggiata lungo il percorso segnato, così come abbiamo imparato a fare in questi giorni nel parco. In quest’ampia area le 2 faglie provenienti da nord e da ovest intersecano la frattura ad anello creato dall’eruzione dello Yellowstone 631.000 anni fa, per questo l’attività sismica molto frequente innesca la comparsa, praticamente ogni anno, di nuovi geyser e nuove hot spring, e così come l’acqua calda che fuoriesce dalla terra dissolve le rocce, i depositi di terra possono modificarne il passaggio o bloccarlo del tutto. Inoltre qui esiste la maggiore diversità nell’acidità delle acque sulfuree, dato reso evidente dalla molteplicità di colori dei microrganismi che popolano la zona, che vanno dal giallo alle sfumature rosse e marroni della ruggine, dal verde smeraldo a striature di nero molto scuro.

Nel Porcelain Basin passiamo accanto a piscine blu latte, sature di silicio, e per un attimo la nostra mente corre alla Blue Lagoon in Islanda, ma qui non c’è la splendida struttura di bagni e docce, e un bar a bordo piscina per godersi qualche ora di relax nell’acqua calda, non sarebbe possibile ed è anche molto meglio così.
La vista sulle hot spring accompagnate dal gorgoglio costante dell’acqua e dai sibili acuti provenienti dalle viscere della terra sono molto più di quanto ci si possa aspettare da qualsiasi effimero e fugace piacere corporale, è qualcosa che riempie gli occhi, il cuore, i polmoni, la mente, che non lascia spazio per altro.
L’Echinus Geyser prende il nome dai suoi depositi che sembrano spine di ricci e stelle marine (gli echinodermi, termine scientifico generico appena appreso). Il suo colore vira al rosso per la presenza di ferro ed è il più ampio geyser ad oggi noto.
In questo ampio spazio si alternano aree prive di vegetazione e zone boschive, a individuare lì dove l’attività termale è maggiore e dove è minore, ovunque fumano vapori di sorgenti bollenti e di gas ardenti, su tutto la resilienza di questo perfetto ecosistema che è lo Yellowstone.

Tralasciamo di vedere il museo; ci basta sapere che l’intero bacino prende il nome da Philetus W. Norris, secondo sovrintendente a Yellowstone tra il 1877 e il 1882, che si adoperò moltissimo per scoraggiare i nativi dal visitare il parco, assumendo i primi guardiacaccia, con lo scopo di proteggere l’area da presunti vandali e bracconieri.
Circa 35 chilometri a sud del Norris Basin ci fermiamo al Fountain Paint Pot: qui le fuoriuscite di fango sono diverse a seconda della stagione, poiché in estate, con un clima secco, le bolle si inspessiscono e trasudano gas attraverso le crepe, fino a scoppiare e crollare su se stesse, formando cumuli a forma di cono.

E il Red Spouter, che fino a 65 anni fa esatti neanche esisteva, poiché fu il terremoto del 17 agosto 1959 a causarne l’origine, in primavera spruzza acqua fangosa, a fine estate quando la piscina è asciutta sputa e schizza fango denso, per poi trasformarsi in un sfiatatoio in autunno, passando così attraverso tutti gli stadi evolutivi, da hot spring a mudput e infine a fumarole durante tutto l’arco dell’anno a seconda delle stagioni.

Sta già di nuovo piovendo quando raggiungiamo uno dei posti più iconici di tutto il parco, il Midway Geyser Basin. Cerchiamo posto per l’auto lungo la strada e nonostante i nuvoloni non promettano niente di buono, ci avviamo comunque.

Attraversiamo con impazienza il fiume in cui si riversano le acque azzurre dell’Excelsior Geyser Crater, oramai inattivo dal 1985, mentre le voci di giubilo degli altri visitatori ci raggiungono e ci attirano verso il Grand Prismatic Spring, la più grande e profonda sorgente termale dello Yellowstone, nonché la più grande di tutti gli Stati Uniti e la terza al mondo.
Il fumo misto a vapore che si solleva dalla sua superficie ci lascia appena intravedere la varietà dei colori dei suoi bordi esterni: il marrone, l’arancio e il verde dei minerali e dei microrganismi che vivono in comunità. Il blu intenso del centro quasi non si vede, perché il cielo è grigio pesto e la mancanza della luce solare non crea la rifrazione delle micro particelle sospese nell’acqua.

Intanto la pioggerellina si è fatta copiosa e insistente. Torniamo all’auto per aspettare che spiova, ma intanto siamo zuppi fino al midollo. Cominciamo a tremare per il freddo e nei finestrini che si appannano in un attimo vediamo una grande occasione: cambiarci tutti i vestiti che abbiamo addosso, comprese le mutande.

Dopo circa un’ora, quando finalmente ha smesso di diluviare, raggiungiamo il parcheggio da cui parte una breve passeggiata per il punto panoramico sul Grand Prismatic. Ci piacerebbe poter scattare una di quelle foto incredibili che si vedono ovunque di questo posto, ma sappiamo che non sarà possibile, non stasera probabilmente. Pensiamo di provare a vedere come sia la strada e magari tornarci la mattina dopo, molto presto, con il favore dell’alba.
Ci accorgiamo subito che ci si inoltra in una fitta vegetazione e che questo sentiero potrebbe non essere molto sicuro nelle prime ore del giorno quando gli animali vanno alla ricerca di cibo.
Con un po’ di rammarico raggiungiamo la terrazza affacciata sul Grand Prismatic e proviamo a cercare un’inquadratura che renda giustizia alla bellezza incredibile di questo posto. Ci sentiamo un po’ impotenti davanti allo schermo della nostra Canon che non riesce a riprodurne la magia, forse perché è proprio così, non si guarda solo con gli occhi. Esausti andiamo verso l’Old Faithful Inn, in cui abbiamo prenotato una stanza. La struttura, costruita all’inizio del secolo scorso, è grandissima e la sua hall, che ha al centro un enorme camino in riolite, è sovrastata da 2 logge interamente in tronchi di pino.
Ma il cielo è tornato a risplendere dei tenui colori del tramonto, lo spettacolo fuori è irresistibile. Avremo tempo per la cena e per rifocillarci più tardi. La mattina dopo aspettiamo a lungo l’eruzione del geyser Old Faithful, che si fa attendere ben oltre l’orario previsto a causa delle condizioni climatiche incerte, e poi usciamo dal parco dal lato ovest, costeggiando il percorso del fiume Madison. I prati rigogliosi oltre la strada in netto contrasto con le rocce vulcaniche, le oche e i cigni che nuotano sulla superficie dell’acqua, la fila di auto, che nel senso contrario di marcia, stanno entrando nel parco rendono ancor più struggente lasciare questo posto. Restiamo in silenzio.
Attraversiamo un pezzettino di Montana, quello ai margini dello Yellowstone, popolato di strutture alberghiere, campeggi, piccoli supermercati, pompe di benzina e negozi per la caccia e la pesca ed entriamo nell’Idaho, lo stato in cui le targhe delle auto riportano la scritta “Famous potatos”.
Solo in quel momento torniamo a sorridere consapevoli che avremo ancora tempo in questa vacanza, per fortuna ancora solo all’inizio, per sorprenderci e divertirci.

4 Comments

  • Elina 22/03/2025 at 11:05

    Bellissimo, attraverso i tuoi commenti e le immagini(tutto strepitoso!!!) mi sono emozionata,mi hai trasmesso l’emozione del viaggio…

    Reply
    • Antonio 27/03/2025 at 11:00

      Addirittura!
      Al prossimo giro!

      Reply
  • Huatac 25/03/2025 at 21:21

    Tutto molto bello … ma il più bello (il famous potatos) deve ancora venire 😆. Questo post è bellissimo !!’

    Reply
    • Paola 25/03/2025 at 21:40

      Grazie mille, ma sono le foto che rendono tutto molto affascinante. ❤️❤️❤️

      Reply

Commentami! :-)

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.