Berlino è la città che più di ogni altra amiamo, per il suo fascino discreto, per la sua storia intensa e dolorosa, per i fantasmi del passato che la popolano, per il suo coraggio di reinventarsi e ripartire; una capitale europea energica e alternativa che sa mostrare con dignità le sue ferite e con orgoglio i suoi rimedi.
Così come già avevamo fatto nel 2009, siamo corsi anche stavolta a vedere i festeggiamenti per l’anniversario della caduta del muro.

Sabato 9 novembre è però un giorno bigio e uggioso, l’atmosfera è dimessa e i presidi della polizia sono sparsi ovunque a controllare le arterie principali del centro. La paura che grossi assembramenti di persone possano richiamare l’attenzione di terroristi è quasi palpabile. Si cammina su percorsi obbligati da lunghe transenne e raggiungere il Tiergarten è impresa ardua. L’accesso all’area delimitata e contingentata in cui si svolgerà il concerto per i festeggiamenti è possibile solo nel primo pomeriggio, e solo per poche ore, poi si è obbligati a rimanere lì, senza alcuna possibilità di entrata e uscita libera.
Decidiamo di fare un giro per il parco alle spalle del Reichstag fino alla Siegessaule e goderci un po’ di autentico autunno.

Intanto cala il buio e l’aria densa di umidità ci fa tanto desiderare una buona birra e un piatto caldo e semplice in una di quelle osterie del centro frequentate da locali. Aspettiamo i fuochi e poi ci dirigiamo verso Oranienburger strasse.
Ma questa è anche la notte in cui si ricorda quella tristemente nota come la “notte dei cristalli”, la notte dei pogrom del novembre del 1938, in cui furono distrutte sinagoghe, cimiteri ebraici e case private su istigazione all’odio razziale.
Dietro la sinagoga, un gruppetto di persone, circondato da un cordone di polizia in tenuta antisommossa, sorregge delle candele accese e, in un silenzio assordante e commuovente, non teme di denunciare la rinascita odierna di sentimenti antisemiti.
Il giorno dopo è una splendida giornata di sole, impensabile ancora poche ore prima. Decidiamo, dopo un salto agli Hackesche Hofe, di andare a fare una passeggiata al Treptower Park, lungo la Spree.
Ancorate lungo le sue rive troviamo tra salici piangenti chiatte artigianali adibite a ristoranti, pervasi di luce godiamo dei bagliori dei raggi che filtrano attraverso splendidi castagni, restiamo ammaliati dai riflessi delle acque del fiume che restituiscono le immagini di una città tranquilla e sonnacchiosa, su cui si erge, da un lato una centrale termoelettrica e dall’altro il Fernsehturm.

Raggiungiamo l’Isola della Gioventù e torniamo indietro diretti al Memoriale per i Soldati Sovietici, uno dei più imponenti e clamorosi tra quelli ancora esistenti, sopravvissuto al crollo del muro di Berlino, allo smantellamento dell’intera cortina di ferro, al dissolversi del blocco sovietico e allo scioglimento del patto di Varsavia. Oggi, dopo i recenti restauri, è posto sotto tutela monumentale, monito del passato nazista piuttosto che una celebrazione dei fasti di Mosca.
Si estende su una superficie enorme che gli conferisce immediatamente un impatto sontuoso e formidabile coronato poi dall’imponente statua di 12 metri del soldato liberatore che sorregge con il braccio sinistro un bambino e con la mano destra impugna una spada che frantuma la svastica dei nemici. È posizionata sopra un Kurgan, una tomba slava medievale composta da una collina e un padiglione decorato all’interno con mosaici e scritte in russo.
Sul lato opposto, oltre il sipario di granito rosso rappresentato da due enormi bandiere sovietiche, la statua della Madre Russia, il cui volto è contrito e ripiegato sul petto, intimamente amareggiata per tutti i suoi figli morti nella Grande Guerra. Il percorso tra di essi è disseminato di lapidi commemorative, in ricordo dei 7.000 soldati sovietici morti, e sulle lapidi i bassorilievi che raccontano il conflitto con le parole di Stalin.
Torniamo verso il centro, in Alexanderplatz, e dopo aver girato attorno alla Haus des Lehrers per osservare il mosaico in stile realismo socialista, cercando di scrutare sui suoi pannelli dettagli di vita quotidiana nella DDR, imbocchiamo la Karl Marx Allee, gli Champs-Elysées della Repubblica Democratica.
Un vasto boulevard a sei corsie, con due ampie strisce di verde che separano il traffico stradale dagli edifici, teatro delle parate di regime, fiancheggiato da palazzi eretti secondo i dettami del classicismo socialista.Al n.33 il Kino International, un parallelepipedo di cemento che si protende sulla strada con grandi vetrate. Gli interni urlano anni ’60 con la forza del suo perlinato, del suo parquet e dei suoi arredi vintage.

Di fronte al n. 34 il Café Moskau, un altro parallelepipedo con facciata in vetro, un ampio mosaico che celebra l’unità del popolo sovietico e uno sputnik sul suo tetto, in dimensioni originali, testimone delle conquiste russe per il bene dell’umanità, emblema della modernità ma anche simbolo di un passato illustre.
E poi ancora condomini residenziali sulle cui facciate ci sono colonne, altorilievi e piastrelle di porcellana di Meissen, e scheletri di negozi oramai vuoti o in dismissione.
L’unico locale che sembra vivere un’eterna giovinezza è il Café Sibylle, l’ultima testimonianza dell’età d’oro del corso; ospita una collezione di oggetti in uso negli appartamenti circostanti.

Il sole sta tramontando quando rientriamo in hotel a recuperare i bagagli e andare in aeroporto. Fantastichiamo sulla prossima volta che torneremo a Berlino e programmiamo già le cose che vorremo vedere il prima possibile in questa città, a cui ci sembra di appartenere, il cui respiro sembra sia un tutt’uno con il nostro, il cui battito è sintonizzato con il nostro.
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