Erano diversi anni che desideravamo andare a curiosare in questo festival, e poiché siamo rientrati da due settimane dalla Russia, abbiamo tutto il tempo per organizzare un weekend.
Dopo aver accantonato l’idea dell’auto a noleggio, sabato mattina saliamo su un lento treno regionale che ci porta fin dentro il centro di questo splendido comune, enclave lombarda in territorio emiliano.
Definita “città in forma di palazzo” è tutta raccolta sulle sue piazze e le piccole vie del centro, sui suoi canali e suoi monumenti ricchi di storia e di arte.



C’è tantissima gente e tantissimi stand. È facile passare da un padiglione all’altro per ascoltare ora un filosofo, esteta della lingua e delle parole, che ci rivela nuovi e interessanti aspetti del Giappone contemporaneo, ora uno scienziato e ricercatore di intelligenza artificiale che ci spiega attraverso quali algoritmi le macchine possono apprendere, ora una brillante docente di economia che, nello spiegare le interconnessioni tra gli investimenti del governo, gli strumenti politici e lo sviluppo economico e sociale, ci fa sentire, per un’ora ancora, entusiasti studenti universitari.
La cosa più difficile è invece scegliere tra le molteplici proposte del programma del festival.

Intanto ovunque in città ci sono manifesti che pubblicizzano l’imminente mostra di Giulio Romano. Ci lasciamo tentare e andiamo ad assaggiarne un pezzetto, tra un piatto di tortelli di zucca e una fetta di sbrisolona.


Appena fuori dal centro di Mantova, Palazzo Te progettato nel XVI secolo da Giulio Romano come dimora di piaceri e svaghi, mostra ovunque i segni del suo committente, Federico Gonzaga.
Il tema della metamorfosi e della trasformazione è una delle chiavi narrative del palazzo. I miti che raccontano di uomini che per amore sfidano gli dei, di dei che si innamorano di mortali ci parlano della precarietà del confine tra umano e divino, ma anche della loro ineluttabile differenza.
L’amore e la passione bruciante per Isabella Boschetti, la favorita del duca, è ciò che spinge a ritrarre in maniera ossessive sul soffitto e sulle pareti della Camera delle Imprese un ramarro, accompagnato dal motto “quod huic deest me torquet”, ciò che manca a costui tormenta me.

L’ampia e luminosa Sala dei Cavalli ci ricorda che all’inizio del Cinquecento gli allevamenti dei Gonzaga erano famosi in tutto il continente, ed erano spesso donati ai più illustri principi d’Europa, come simbolo di potere e prestigio.



Nella Camera di Amore e Psiche nuovamente il tema delle metamorfosi e la storia a lieto fine di un amore contrastato che ha superato mille prove e peripezie.
Sulle pareti altre favole mitologiche simili, e scene schiette, prive di pudore.

Oltrepassata la Loggia di David si entra nella splendida Camera dei Giganti, anch’essi protagonisti delle Metamorfosi di Ovidio.
La potenza espressiva dei volti dei giganti sopraffatti dalla furia di Zeus sembra voler cercare in noi un appiglio. Restiamo incantati e straniti. I dettagli della narrazione e il dinamismo dell’unica scena rappresentata ci invogliano a indugiare a lungo in questa sala per avere tutto il tempo di ricostruire, come in un film, l’intera narrazione.



Inoltre in maniera geniale, l’artista ha riempito gli angoli del soffitto, perché il racconto non venga interrotto nel passaggio tra le superfici verticali e quelle orizzontali della stanza. Non ci sono finestre e l’effetto creato è quello di un antro buio che si contrappone alla cupola luminosa che sovrasta il trono di Zeus.




Il palazzo, caduto in disuso nei secoli successivi e sfruttato come caserma, mostra oggi il passaggio di gente poco incline a riconoscerne l’immenso valore artistico.
Rientrando a Milano, nelle due ore di viaggio, abbiamo tutto il tempo per ripensare a quanto visto, rielaborare il ricordo e considerare le innumerevoli differenze tra un palazzo rinascimentale italiano e una reggia degli zar del XVIII secolo.
No Comments